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INDIA CORONA JI
IL CONFRONTO ED ESSERE UNO NEL MONDO
Riflessioni di Stefano Sattwa Pagnanelli, tratte dal reportage dall’India di Edoardo Elia Avio

Ritorneremo ad essere noi, migliori di ciò che eravamo, con una consapevolezza diversa. Che le morti e le sofferenze che stiamo attraversando non siano vane, ma ci siano da insegnamento. Ritorneremo ad incontrarci per le vie e nelle piazze, scambiandoci sorrisi e abbracci senza il velo delle mascherine.

Il suffisso “JI” in India, è utilizzato in segno di rispetto materiale, spirituale, divino. Può essere inserire prima, al centro o al termine del nome o titolo Spirituale. Pertanto babaji è il padre, swamiji è il maestro e così via. Mi soffermo su alcuni aspetti in cui L’India pur nella drammaticità dell’evento, vive la pandemia corona virus, riportando alcuni tratti espressi nell’articolo di Edoardo Elia Avio, egli scrive: “Adulti e bambini ci richiamano all’attenzione per le strade semi deserte urlando ‘Corona ji‘, con quel tocco di ironia dissacrante che a Banaras, per fortuna, non manca mai”. Come se tra ironia e mala sorte, anche il corona virus meritasse rispetto, divenendo anch’esso, ed in realtà lo è, parte del sansara, il ciclo della nostra vita.

L’india è terra di tradizioni millenarie, in cui la vita ha espresso una forte impronta spirituale e simbolica, ogni cosa ha assunto ed indossato i caratteri della sacralità. Basti pensare al Gange, nelle sue acque fluisce la divinità, sono stati dedicati al fiume ben 108 appellativi in segno di grande rispetto. Una pietra rivolta verso l’alto è lo Shiva Lingam,il simbolo tantrico della coscienza immanifesata. Superstizioni? Non credo, è vedere il riflesso divino in ogni aspetto della vita, in fondo noi, non siamo i figli di nessun, orfani abbandonati nell’universo, ma discendiamo da un riflesso divino, una coscienza assoluta che possiamo chiamare Dio o in altri modi, il risultato non cambia. L’india è anche un paese dai mille volti, c’è l’india dravidica quella più antica, la culla della fiorente civiltà dell’Indo, risalente a 8.000 anni indietro, si estendeva dall’Europa al medio oriente e lungo il bacino mediterraneo fino all’India. Siamo dunque degli Indio – Europei? Sembrerebbe di si, le origini sono documentate dalle ricostruzioni storiche, fondate sul ritrovamento di reperti archeologici rinvenuti nel bacino di Mohenjo – Daro. L’india Braminica, importata dagli invasori ariani dei popoli nordici.L’India del Tantra e dello Yoga, l’India della tradizione musicale più antica, i raga, il cui significato è “tingere le emozioni”, il canto del Dhrupad dalle intense e sottili impronte spirituali. L’india medievale dei Maraja, l’India del messaggio di Gandhi, quello che è rimasto, l’india povera dei villaggi e dei grandi agglomerati cittadini, occidentalizzata e tecnologica,l’India della medicina Ayurvedica,

C’è un’anima, una grande anima Mahatma, che unisce insieme ognuno di questi caratteri, personalmente ho focalizzato la mia esperienza soffermandomi sull’India dell’esperienza umana, della vita e delle sue origini, attraverso le millenarie scienza del tantra, yoga, advata vedanta, in un linguaggio che potesse unire i due mondi Occidente ed Oriente in una realtà univoca, in fondo la vita è vita ovunque, le origini sono a tutti noi comuni. Anche in India ai tempi del corona virus : “Scompariamo per le strade, nei metrò, negli autobus e nei risciò condivisi, o mentre restiamo in attesa, al tempo stesso impalpabile e caotica, ai negozi di chai”….”si assiste ad un netto ribaltamento di tale visione: negli occhi della gente comune personifichiamo il virus in quanto potenziali vettori di contagio”.

Ritorneremo ad essere, migliori di ciò che eravamo, con una consapevolezza diversa, che le morti e le sofferenze che stiamo attraversando non siano vane, ma ci siano da insegnamento. Ritorneremo ad incontrarci per le vie e nelle piazze, scambiandoci sorrisi e abbracci senza il velo delle mascherine.

Lo ‘stare’ in India riabilita quella sensazione di corpo sociale condiviso, in prima battuta tanto estraneo quanto poi affascinante nel generare una nuova disposizione dell’animo e risvegliare un’attenzione speciale per i più vulnerabili, in quanto parte viva, multiforme ed essenziale di quell’organismo che nonostante tutte le difficoltà, ostenta salute e vitalità”
“Qui l’individualità del singolo sembra essere assorbita lentamente nel caldo abbraccio, a volte scottante, della dimensione collettiva, metafora del Sé che si riconcilia con l’Assoluto.

Stefano Sattwa Pagnanelli

 

 

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